Assemblea del 25 Gennaio – seconda parte resoconto

Do conto della seconda parte dell’Assemblea di giovedì 25, in cui siamo tornati a parlare di salute e sicurezza, ed in specifico del rischio da videoterminale.

1.
Mi permetto di fare innanzitutto una considerazione di carattere generale, ricollegandomi all’intervento di Sebastiano Curcio, uno dei nostri RLS, che in assemblea ha giustamente ricordato alcuni gravissimi recenti episodi in cui diversi lavoratori hanno perso la vita.

Espresso il cordoglio per le vittime e la partecipazione al dolore delle famiglie, non ci si può esimere da una riflessione amara e preoccupata; come ha ricordato Sebastiano, il ripetersi di simili episodi è indicativo di un investimento insufficiente, anche in termini culturali, sulla salute e sulla sicurezza.

Di fronte a incidenti molto gravi, è poi importante non commettere l’errore di pensare che in fondo è poca cosa il rischio che noi corriamo.
Affinché a livello sociale ci sia una crescita della cultura della sicurezza è fondamentale che nessun rischio sia sottovalutato, è necessario che ciascun rischio sia oggetto di una corretta valutazione, senza mai cadere nell’errore di pensare che “i veri rischi sono ben altri”.

2.
Arrivando alle nostre specifiche problematiche: si è di nuovo parlato di videoterminalisti, dovendo purtroppo registrare nuovamente gravi ritardi rispetto al percorso che si era delineato lo scorso anno con l’Amministrazione.

Qui sotto trovate linkati: il testo della Mozione approvata in assemblea e la lettera di trasmissione al Rettore, protocollata in data odierna.

I testi ci paiono già sufficientemente chiari, senza bisogno di dilungarci in ulteriori commenti.
Ma siamo sempre a disposizione per eventuali chiarimenti e per la discussione, anche sul sito.

Confidiamo che la sollecitazione proveniente dall’Assemblea venga prontamente raccolta, che non ci siano stavolta ulteriori ritardi.

La RSU rimarrà in continuo contatto con gli RLS per seguire l’evolversi della situazione.
Il sito RSU è naturalmente a disposizione degli RLS anche per loro interventi diretti.

Mozione_ass_180125_VDT
Lettera al Rettore_VDT_180130

3.
Ripubblichiamo qui anche il facsimile per le istanze individuali:
Facsimile_istanza_lavorat_VDT_2018

Come avevamo detto a suo tempo (era la primavera 2016): in qualsiasi momento è possibile richiedere tutele previste dalla Legge.

Com’è stato ricordato in assemblea, le situazioni individuali possono variare nel corso del tempo, per cambi di orario, di mansioni o di luogo di lavoro.

Da questo punto di vista è bene che ogni lavoratore / lavoratrice – a cui non siano già state riconosciute le tutele di legge – valuti l’opportunità di presentare l’istanza individuale, sula base di una serena e responsabile
valutazione della propria situazione lavorativa.

Non dev’essere un disincentivo il fatto che RSU ed RLS stiano ribadendo la richiesta di una nuova valutazione del rischio per tutti/e.
Il fatto stesso che la richiesta debba essere ribadita è indicativo di una situazione in cui i processi non si stanno svolgendo secondo le routine previste.
Sono ancora necessarie le nostre sollecitazioni. Anche le istanze individuali possono servire a dare il segnale di una sensibilità e di una volontà più mature e determinate da parte nostra.

Per ulteriori dettagli sulle istanze rinviamo a quanto già pubblicato sul sito:

COMUNICATO RSU N. 5 – 28 APRILE 2016

Un caro saluto.
Enrico Fornoni, coordinatore RSU

3 commenti su “Assemblea del 25 Gennaio – seconda parte resoconto”

  1. A proposito di sicurezza , mi permetto di inoltrare un breve comunicato di SOS ROSARNO diffuso tramite la rivista on line “Comune-info.net”. Buona giornata, Alberto Benassa.

    Quante morti dobbiamo aspettare?
    di Sos Rosarno* (http://www.sosrosarno.org/)
    Quante morti dobbiamo ancora aspettare per vedere razionali ed efficaci interventi di accoglienza?
    C’è differenza tra le vittime del treno deragliato a Pioltello, gli operai della Lamina di Milano, i braccianti delle nostre campagne e gli “abitanti” una qualsiasi baraccopoli?
    No, non c’è differenza!
    Sono lavoratori, italiani e immigrati che muoiono o sul posto di lavoro come Marco, Giuseppe e Arrigo, morti mentre pulivano un forno in una fabbrica metalmeccanica o come Paola morta mentre raccoglieva uva ad Andria o Mohamed e Zakaria, morti mentre raccoglievano pomodori.
    Sono lavoratori che muoiono mentre vanno al lavoro o dal lavoro tornano, chi in un treno che deraglia, come Pierangela, Giuseppina e Ida, chi investito da un’auto sulla statale 18 in Calabria, mentre fa ritorno a casa con la sua bicicletta come John, Kadjali e Mimmo, che anche se era africano, insisteva sul voler essere chiamato così perché “era nato a Milano” e da lì era finito a raccogliere arance e mandarini nelle campagne del sud Italia. Poi ci sono quelli come Sekine, che muoiono per un colpo di pistola sparato da un pubblico ufficiale che dovrebbe essere capace di disarmare una persona che ha un coltello da cucina in mano senza sparagli addosso.
    E poi ci sono quelle e quelli che muoiono per il freddo, direttamente come Dominic, morto di freddo perché non aveva trovato posto nella tendopoli, o Marcus che si ammalò di polmonite perché dormiva in una baracca abbandonata in mezzo alla campagna o indirettamente, perché dal freddo cercava di proteggersi con il fuoco in una capanna di plastica e cartone, come Becky, morta carbonizzata la scorsa notte.
    Minimo comune denominatore: diritti e sicurezza sul lavoro presi a colpi di ascia, insensate politiche di
    accoglienza.
    E intanto, mentre gli ultimi continuano a morire, si affrontano come emergenze situazioni che emergenze non sono più ma vere e proprie cancrene, visto che sono le stesse da diversi anni e non vengono risolte o per manifesta incapacità o per mancanza di volontà.
    Sono anni che si spendono milioni di euro per montare tendopoli per poi abbandonarle a sé stesse e quando si montano le tendopoli, si fa il lavoro a tre quarti se non a metà, visto che molti erano stati costretti a vivere nelle baracche di plastica e cartone. Eppure i fatti di Rosarno dovrebbero aver insegnato qualcosa: evitare grossi insediamenti di persone come le tendopoli, non fare sgomberi.
    Quanti morti bisogna ancora aspettare prima di avviare efficaci e razionali interventi di accoglienza?

    *Sos Rosarno è una rete di produttori, una storia di ribellione, un laboratorio per una nuova civiltà contadina, “tutto è orientato al rispetto della terra e all’armoniosa convivenza di coloro che la abitano…”

  2. A proposito di sicurezza, perché non creare un “progetto” in Ateneo di cultura preventiva per ex, ex video terminalisti.. ma non siamo “tutti” video terminalisti…!?!
    Diversi Consulenti della sicurezza e/o Responsabili/Addetti dei Servizi di Prevenzione e Protezione, portatori di una cultura prevalentemente antinfortunistica e perciò orientati maggiormente sul versante ‘sicurezza’, piuttosto che ‘salute’, percepiscono come poco rilevanti i rischi attribuibili alla figura del videoterminalista.
    http://www.repertoriosalute.it/lutilita-della-sorveglianza-sanitaria-dei-videoterminalisti/

    Eppure il nuovo Parlamento, dopo le elezioni del 4 marzo, dovrebbe secondo me discutere una proposta di legge per un equilibrio digitale nell’infolavoro, che integri ormai il superato Decreto Legislativo 81 del 2008 (il Testo Unico della sicurezza sul lavoro) che fu scritto quando ancora si lavorava in ufficio con i vecchi computer a tubo catodico e la rivoluzione del touch screen era alle porte. In quella legge si diceva che il videoterminalista doveva effettuare una pausa di 15 minuti ogni 120 minuti. Ma chi la applica oggi? Ha senso questa norma obsoleta in un mondo “always on”, sempre connesso, dove si lavora per strada o al bar con un tablet e un cellulare? Dal 2008 al 2018 sono trascorsi dieci anni e oggi il videoterminalista è un “mobile worker”, cioè un infolavoratore che lavora muovendosi con la tecnologia. L’enorme quantità di informazioni (spesso in mulEppure il nuovo Parlamento, dopo le elezioni del4 marzo, dovrebbe secondo me discutere una proposta di legge per un equilibrio digitale nell’infolavoro, che integri ormai il superato Decreto Legislativo 81 del 2008 (il Testo Unico della sicurezza sul lavoro) che fu scritto quando ancora si lavorava in ufficio con i vecchi computer a tubo catodico e la rivoluzione del touch screen era alle porte. In quella legge si diceva che il videoterminalista doveva effettuare una pausa di 15 minuti ogni 120 minuti. Ma chi la applica oggi? Ha senso questa norma obsoleta in un mondo “always on”, sempre connesso, dove si lavora per strada o al bar con un tablet e un cellulare? Dal 2008 al 2018 sono trascorsi dieci anni e oggi il videoterminalista è un “mobile worker”, cioè un infolavoratore che lavora muovendosi con la tecnologia. L’enorme quantità di informazioni (spesso in multitasking) che deve gestire mette a serio rischio la sua salute. titasking) che deve gestire mette a serio rischio la sua salute.
    Da qualche anno, quando partecipo ai convegni o nei corsi di formazione, parlo di equilibrio digitale nell’infolavoro per tutelare non solo la salute, ma anche il reddito da lavoro e il business (se infatti ti ammali, perdi il lavoro e la produttività dell’azienda cala). Di recente Luca Conti, scrittore e docente di web marketing che ho avuto il piacere di conoscere, ha iniziato a parlare di equilibrio digitale (qui il suo podcast) dopo aver notato su di sé i sintomi del TecnoStress e della videodipendenza, decidendo di limitare l’uso delle nuove tecnologie e varando un suo decalogo personale di autodifesa. Anche Dario Martinis e Andrea Del Tetto, infomarketer genovesi, dopo essersi ammalati di TecnoStress (in un video raccontano la loro storia) hanno fondato il sito “techstressfree” e mettono in guardia dai pericoli del lavoro digitale. Eppure, sul piano politico e nelle Aziende pubbliche, non si muove una foglia.
    Il TecnoStress, ricordiamolo, nel 2007 la Procura di Torino l’ha inserita nell’elenco delle malattie professionali e dal 2014 anche Inail ha iniziato a riconoscere il rischio (inserendola nell’elenco delle malattie professionali “non tabellate” con onere della prova a carico del lavoratore). Quindi non si può più rinviare. Serve un tavolo di discussione politico e giuslavorista per arrivare a una proposta di legge (o una modifica del D.lgs 81-2008) che riconosca i pericoli del TecnoStress nell’infolavoro e promuova la formazione per un equilibrio digitale….

  3. Eppure il nuovo Parlamento, dopo le elezioni del 4 marzo, dovrebbe secondo me discutere una proposta di legge per un equilibrio digitale nell’infolavoro, che integri ormai il superato Decreto Legislativo 81 del 2008 (il Testo Unico della sicurezza sul lavoro) che fu scritto quando ancora si lavorava in ufficio con i vecchi computer a tubo catodico e la rivoluzione del touch screen era alle porte. In quella legge si diceva che il videoterminalista doveva effettuare una pausa di 15 minuti ogni 120 minuti. Ma chi la applica oggi? Ha senso questa norma obsoleta in un mondo “always on”, sempre connesso, dove si lavora per strada o al bar con un tablet e un cellulare? Dal 2008 al 2018 sono trascorsi dieci anni e oggi il videoterminalista è un “mobile worker”, cioè un infolavoratore che lavora muovendosi con la tecnologia. L’enorme quantità di informazioni (spesso in multitasking) che deve gestire mette a serio rischio la sua salute. titasking) che deve gestire mette a serio rischio la sua salute. (..la traduzione la trovate nello specchio magico di Enrico F.). Da qualche anno, quando partecipo ai convegni o nei corsi di formazione, parlo una efficace sorveglianza sanitaria, di equilibrio digitale nell’infolavoro per tutelare non solo la salute, ma anche il reddito e/o risultati da lavoro e il business e/o obiettivi (se infatti ti ammali, perdi il lavoro/carriera/pagella in negativo e la produttività dell’azienda cala..!?!). Di recente Luca Conti, scrittore e docente di web marketing che ho avuto il piacere di conoscere, ha iniziato a parlare di equilibrio digitale (qui il suo podcast) dopo aver notato su di sé i sintomi del TecnoStress e della videodipendenza, decidendo di limitare l’uso delle nuove tecnologie e varando un suo decalogo personale di autodifesa. Anche Dario Martinis e Andrea Del Tetto, infomarketer genovesi, dopo essersi ammalati di TecnoStress (in un video raccontano la loro storia) hanno fondato il sito “techstressfree” e mettono in guardia dai pericoli del lavoro digitale. Eppure, sul piano politico e nelle Aziende pubbliche, non si muove una foglia.
    Il TecnoStress, ricordiamolo, nel 2007 la Procura di Torino l’ha inserita nell’elenco delle malattie professionali e dal 2014 anche Inail ha iniziato a riconoscere il rischio (inserendola nell’elenco delle malattie professionali “non tabellate” con onere della prova a carico del lavoratore). Quindi non si può più rinviare. Serve un tavolo di discussione politico e giuslavorista per arrivare a una proposta di legge (o una modifica del D.lgs 81-2008) che riconosca i pericoli del TecnoStress nell’infolavoro e promuova la formazione per un equilibrio digitale….

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